Inverno
Nascondi chi sono, e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni (W.S.)
Oggi ho annusato zolfo nell’aria, prima che piovesse dal cielo il segnale della Rai. Trascendo sanremo con tutti di filistei. E che il signore delle mosche mi perdoni.
Incipit di Piccoli equivoci senza importanza, raccolta di undici racconti, pubblicata da Antonio Tabucchi nel 1985.
Quando il Ponte Dom Luis I mi è apparso davanti, simile ad una torre adagiata su un fianco, lì in basso, tra la Ribeira e Vila Nova de Gaia, la città di Porto aveva già messo il vestito da sera
Ho un ricordo vivo di quel fuoco che ardeva sotto la cenere, al centro della stanza, del vecchio carosello in bianco e nero. E della ingenua e trepidante attesa.
Sono anni ormai che non guardo la televisione. Quella terrestre, intendo. Che si nutre dell’ovvio, di volti fissi e di voci immutabili, sgraziate, che rimesta nel torbido, induce torpore e stitichezza, si pavoneggia, però. Oggi ho annusato zolfo nell’aria, prima che piovesse dal cielo il segnale della Rai. Trascendo sanremo con tutti i filistei. E che il signore delle mosche mi perdoni.
La parte del mio lavoro che maggiormente mi avvicina alla figura dello spettatore divertito è quella in cui mi trovo ad assistere, spesso senza margini di manovra, al divaricarsi delle posizioni tra soggetti già contrapposti per futili motivi. Oggi il cielo era plumbeo, ma un raggio – come di allegro stupore – ha illuminato il solco tracciato dai contendenti. Minacciato dei mali più ingiusti e severi, il tizio dall’aria sorniona ha così liquidato, con aria di sufficienza mista a disprezzo, degradandola a tempesta tropicale, l’ira funesta del suo antagonista:
e cosa vorresti farmi? Venire a ballarmi sulla guallera?
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