Luci al tramonto
Alcuni popoli dell’est hanno una parola nei loro vocabolari per dire “universo” che io trovo poetica e, al tempo stesso, rivelatrice: svemir. Essa esprime un’idea di quiete senza fine che è diversa da quella dello spazio illimitato, o del “tutto che si raccoglie in uno”, proprio dell’etimologia latina. L’universo diventa il luogo in cui tutto (sve) è pace (mir).
Il vento, forse di libeccio, ma a quel tempo non ero in grado di assegnargli un nome, faceva vibrare i vetri delle vetuste finestre della camera più grande, ululando tra i rami degli alberi di arancio. La mia cena aveva il sapore del latte bianco e del pane caldo appena sfornato. Ho un ricordo vivo di quel fuoco che ancora ardeva sotto la cenere, al centro della stanza, del vecchio carosello in bianco e nero, del ticchettio dell’orologio alla parete. E della ingenua e trepidante attesa.
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