Ha ragione Metil: se l’ultimo insulto di Giorgio Clelio Stracquadanio ci ha (giustamente) infastiditi, poniamoci allora l’interrogativo della portata offensiva ed altrettanto fastidiosa degli abituali epiteti che riserviamo al Tizio di Arcore e di quelli, similari, destinati al Caio di Venezia. Mi sono risposto che è vero, sui difetti fisici altrui non è bello indulgere al facile umorismo, e non importa se gli stessi riguardino l’anonimo vicino di casa, lo sfortunato collega di lavoro o il personaggio pubblico. Poi, però, mi sono chiesto se questa elementare regola di buona educazione non sia destinata a soffrire una qualche eccezione che la confermi. Mi sono risposto che è vero, la regola soffre un’eccezione, purché essa non si risolva in offesa gratuita e volgare, quando a suggerirla è la condotta stessa del soggetto portatore del difetto. In pratica: un conto è sparare sul caio di Venezia, un altro indugiare sul Tizio di Arcore, mi sono detto. Voi obietterete che nella mia risposta è racchiusa una pericolosa contraddizione: un difetto fisico non può apparire diverso a seconda di chi lo porta e, poi, chi giudica come tale l’eccezione? Alla vostra obiezione da sofisti non intendo rispondere. Essa non considera il nocciolo della questione: è stato lui, il Tizio, ad anteporre la carne allo spirito, l’apparire all’essere; sua è stata l’idea di edificare un impero su fondamenta di chiappe sode e cartapesta, suo l’ostinato rifiuto della vecchiaia come stagione in cui i corpi si deformano fino a sembrare estranei. Suo il tentativo di dissimulare gli effetti del tempo e la sua stessa statura, come in una disperata battaglia per il prolungamento dell’Ego. Ma la sua bassezza è d’animo e di ideali, non si misura in centimetri. Non si offenderà, dunque, il tizio di Arcore, se continuiamo a chiamarlo nano.
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