Spiaggia libera. Ore 11:00.
Il timido Giovanni, agente di commercio, per gli amici Giuann’, aveva appena finito di sistemare il suo asciugamano. Con lui, l’ossuto e longilineo Giuseppe, ingegnere edile, per gli amici Peppe, amico d’infanzia.
Cellulari spenti. Una cremina protettiva. Le ultime del Corriere. Qualche ora di meritato riposo. Ma la tragedia incombeva sulle loro teste.
La robusta Filomena Cacace, casalinga napoletana e madre di 5 figli in età scolare, moglie di Gennariello Esposito, disoccupato organizzato, avanzava con passo lento sull’arenile alla ricerca di un posto ove sistemarsi con l’allegro codazzo familiare. Come una minacciosa cometa, la sua sagoma oscurò d’un tratto il sole sui corpi distesi ed ignari di Giuann’ e Peppe.
Filomena: “Gennà, kà va buon’, fa’ o’ buc’ po ‘mbrellon’!” (“Gennaro, qui potrebbe andare bene, procedi pure con l’installazione dell’ombrellone, previa esecuzione del necessario scavo nella sabbia”, t.d.r.).
Gennariello: “Passam’ a mazz’, e fa sta’ zitt’ e’ creatur’ ca si no ‘e spacc a cap’ a una a una!” (“potresti porgermi il palo dell’ombrellone e gentilmente adoperarti affinché i bambini smettano di arrecarmi disturbo, altrimenti sarò costretto ad intervenire personalmente con maniere brusche nei confronti di ciascuno”, t.d.r.).
L’ombra del gigantesco e tentacolare parasole si estese nel raggio di duecento metri, così parve a Peppe, ingegnere edile, avvezzo ai calcoli.
Cinque teli da mare disposti in fila occuparono sulla spiaggia libera una superficie utile di 50 mq., almeno così parve a Giuann’, non avvezzo ai calcoli, ponendosi a ridosso dei due e sconfinando pericolosamente in più punti.
I premurosi genitori, muniti di sedie pieghevoli, si collocarono sotto le ampie braccia protettrici del mega ombrellone, da lì impartendo direttive ed istruzioni alla vivace prole. Oltre a mantenere i contatti via telefono con la parentela tutta rimasta in città.
Ore 12:00. Il pranzo è servito in capienti contenitori di plastica: pennette alla sorrentina, frittatina e frutta di stagione.
Filomena: “’agliuù, i chi v’è mmuort’, avit’ sentut’ a patev’, ciuncatev’ nu poc’ perché si no ve schiatt’ ncuorp, facc’ chiov’ sang’ a ciel’” (“bambini, oh anime beate dei vostri avi, avete udito vostro padre? Fate i bravi perché in caso contrario sarò costretta anch’io ad intervenire duramente con conseguenze per voi deleterie”, letteralmente, faccio piovere sangue dal cielo, t.d.r.).
Ore 12:30. Dal cielo, improvvisamente plumbeo, gocce di pioggia. Dapprima lievi, timide. Poi, più insistenti.
Gennariello: “Filumé, pigli’ a rrobb’, ce ne iamm’ sott’ o’ barr!” (“Filomena, cara, raccogli le cose, ce ne andiamo al bar”, t.d.r.)
Dio esiste.
AlterEgo
Commenti recenti