Quando il Ponte Dom Luis I mi è apparso davanti, simile ad una torre adagiata su un fianco, lì in basso, tra la Ribeira e Vila Nova de Gaia, la città di Porto aveva già messo il vestito da sera. Sulla collina di fronte, l’antico monastero era immerso nella luce dei riflettori, mentre più a destra si stagliavano nel buio le insegne delle cantine più celebri. Meraviglia.
Porto mi si è svelata come una città ferita eppure magica. Oscura e malinconica nei suoi vicoli abbandonati e nelle antiche ricchezze lasciate all’incuria, meravigliosa e splendida nei suoi profili da cartolina e nell’orgoglio di sentirsi grande.
Vorrei scoprire di più.
Ma ho solo il tempo di catturare immagini.
L’idea era quella di scoprire Porto, avendo conosciuto e amato Lisboa. Ne è venuto fuori un percorso con variante.

Mi resterà il ricordo del viaggio in Portogallo e Spagna, della riscoperta di Lisboa, dei suoi vicoli intrisi di saudade, di quel ristorante alla Travessa do Convento das Bernardas e dell’allegro tepore di quelle serate di fine marzo. E dell’intrigante Sevilla, dei ritmi andalusi scanditi mani e piedi, dei suoi giardini fioriti. Delle meraviglie di Cordoba, della sua Mezquita Catedral. Dell’Alhambra, di quel sole cocente. Di Madrid, dei capolavori del Thyssen, della prima visita al Monasterio de las Descalzas Reales, del cochinillo asado.
Mi resteranno ricordi che non so raccontare.
Mi resterà il ricordo di questo fine anno, di laghi e di monti, di villaggi e di città.
E di una nuova, inattesa, consapevolezza.
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