E sotto il maestrale…
Fuori il vento ha ripreso con tenacia a sbuffare verso Sud-Est, sforzandosi di sgombrare il cielo dalle nuvole e dall’equivoco di un autunno tiepido ed assonnato.
Fuori il vento ha ripreso con tenacia a sbuffare verso Sud-Est, sforzandosi di sgombrare il cielo dalle nuvole e dall’equivoco di un autunno tiepido ed assonnato.
Due distinte signore mi precedevano nel corridoio dell’aliscafo, in attesa che si ultimassero le operazioni di attracco. Discorrevano del più e del meno: famiglia, lavoro, vacanze. La traversata era filata liscia, nonostante le avverse previsioni meteo.
Lo abbiamo preso proprio da dietro, per questo non abbiamo sentito niente.
Già, il vento in poppa presenta innegabili vantaggi.
E’ la storia di un uomo ingannato dal vento, dimenticato dal tempo e schernito dalla morte.
Il vento dell’Est, in una città dove si incontrano l’Atlantico e il Mediterraneo, una città fatta di colline che si inseguono, avvolta di leggende, enigma dolce e indecifrabile.
Il tempo comincia con il secolo, pressappoco. Forma un triangolo nello spazio familiare di quest’uomo che ben presto – aveva dodici o tredici anni – ha lasciato Fès per andare a lavorare nel Rif, a Nador e Melilla, per tornare poi a Fès durante la guerra e emigrare negli anni cinquanta con la sua piccola famiglia a Tangeri, città dello Stretto, dove regnano il vento, l’ignavia e l’ingratidudine.
La morte è un vascello guidato dalle mani di ragazze né belle né brutte che passano e ripassano in una casa cadente, sotto lo sguardo incredulo e diffidente di colui che, con un gesto deciso, respinge quest’immagine.
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